Autore: Mattia Pontonio
Il Collegio Araldico tra Storia e Modernità: intervista al Conte Fabrizio Antonielli d’Oulx
Oggi, nel presentarvi le più prestigiose e storiche associazioni romane, abbiamo l’onore di condividere un’intervista esclusiva con il Conte Fabrizio Antonielli d’Oulx, direttore editoriale della celebre Rivista del Collegio Araldico, con sede a Roma in Via Crescenzio 103.
-Qual è la storia del Collegio Araldico e quali furono le ragioni principali per la sua fondazione?
Il Collegio Araldico, sorto col nome di Istituto Araldico Romano nel 1853 ed approvato e riconosciuto nel 1858. Alla morte del Conte Baldassarre Capogrossi Guarna per la successione la scelta, unanime, si posò sul Conte Ferruccio Pasini Frassoni, Patrizio ferrarese, sin da allora considerato e riconosciuto, per i suoi dotti studi e per attività di ricerche, insigne ed autorevolissimo Maestro di fama europea di discipline araldiche.
Martedì 29 settembre 2015, in Roma, si teneva il Consiglio di Presidenza del Collegio Araldico per definirne i nuovi organici e la struttura, a seguito dell’ultimo Consiglio di Presidenza del 19 marzo 2015 in occasione del quale il conte Roberto Colonnello Bertini Frassoni, nominando i suoi successori, rinunciava alla guida dello stesso Collegio Araldico, il quale si dava una nuova organizzazione e un nuovo statuto, più efficienti e adeguati ai tempi, rinnovando il Consiglio di Presidenza e gli altri organi gestionali.
Il Collegio Araldico pubblica regolarmente la Rivista del Collegio Araldico, giunta ormai al 115° anno di vita, e il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, del quale si è avuta recentemente la pubblicazione della XXVI edizione.
-In che modo il Collegio Araldico gestisce e verifica i titoli nobiliari?
In realtà, tali verifiche sono effettuate da un altro ente, il Corpo della Nobiltà Italiana (www.corpodellanobiltaitaliana.it), al quale il Collegio Araldico si appoggia per garantire l’autenticità e la correttezza delle informazioni.
Il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana riunisce le famiglie che erano elencate nel Libro d’Oro della Consulta Araldica del Regno d’Italia e quelle comprese negli Elenchi Ufficiali Nobiliari del 1921 e del 1933. Sono presenti 1997 famiglie nobili, per ciascuna delle quali è riportato un breve cenno storico, lo stato di famiglia aggiornato e lo stemma in bianco e nero, con relativa blasonatura.
-Esistono eventi organizzati dal Collegio per divulgare la conoscenza dell’araldica?
Assolutamente sì, domenica 10 novembre 2024, la città di Pinerolo ospiterà il 40° Convivio Scientifico, organizzato dalla Società Italiana di Studi Araldici (S.I.S.A) in collaborazione con il Collegio Araldico . Questo appuntamento imperdibile riunirà esperti, studiosi e appassionati provenienti da tutta Italia e dall’estero.
La Sirena nell’Araldica gentilizia d’Italia
Da Atti del Convivio della Società Italiana di Studi Araldici 2022
di Angelo Scordo
Una comunicazione come la presente – in buona sostanza, stesura di una voce di dizionario araldico – non richiederebbe, di norma, altro che un breve inquadramento tecnico della figura e delle sue tipologie, per poi passare all’elencazione delle famiglie titolari delle armi in cui essa è presente, accompagnata dalle relative blasonature. Tale, peraltro, il percorso seguito in più occasioni, senza ripensamenti o rimpianti, da chi scrive.
Ma questo è un caso d’eccezione, in cui la premessa s’impone. La Sirena non si può liquidare come un preteso animale marino , oppure con l’abusato epiteto di ingannevole seduttrice, tacendo del suo ruolo ctonio per il mito e di metafora – talora sublime – per il pensiero occidentale dai suoi albori ad oggi.
La più antica testimonianza delle Sirene elleniche si riscontra nell’epica, attribuita a Omero e, per la Sirena in particolare, nell’Odissea, peraltro il primo testo letterario in cui esse appaiano e il secondo caratterizzato da un incipit con invocazione alla Musa. Sarà più tardi, principalmente con la Teogonia di Esiodo e con i commenti degli scolii alessandrini, che apprenderemo della stretta parentela tra le Sirene e le Muse. La successione di mitografi non fa chiarezza – tuttaltro – sulla genealogia delle Sirene, ma la maggioranza si schiera a favore della tradizione che le vuole figlie di Acheloo, il massimo fiume dell’antica Grecia, a sua volta figlio del titano Oceano e di Teti (dunque, fratellastro di Achille) e di una delle Muse, Tersicore, patrona della danza, se non addirittura di Calliope, che presiedeva alla poesia epica e all’eloquenza. Dunque, nelle vene delle Sirene scorreva in abbondanza sangue di divinità acquatiche ed erano all’origine, fanciulle e nient’altro, poi donne-eccello e, infine, donne-pesce. Graziose compagne di giochi di Persefone, non seppero però sottrarla al ratto di Ade, perpetrato presso il lago di Pergusa. Incorsero allora nella disperata ira della madre di Persefone, la grande Demetra, per cui finirono con l’essere tramutate in uccelli , dal viso e dalla voce di vergini. Le Sirene, non godendo della pienezza della divinità, erano mortali e fu Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, a tramandarci che – non sopportando l’onta di essere state sconfitte da Orfeo in una gara musicale la cui posta era la vita degli eroi imbarcati sulla nave Argo – si dettero morte, precipitandosi tra i flutti e annegandovi. Il loro numero variava da due a cinquanta, ma si affermò la triade, con varî nomi, tra i quali Ligea, Leucosia e Partenope. I corpi di queste tre Sirene, dopo il loro suicidio, trasportati dalle correnti, finirono sulle coste tirreniche dell’Italia meridionale: Ligea, alla foce del Savuto, presso l’antica e mai ritrovata città di Terina, tra Lamezia Terme e Nocera Terinese; Leucosia, a Poseidonia, il nome greco di Paestum; Partenope, infine, nell’ansa in cui sfociava il fiume Sebeto, all’isolotto roccioso di Megaride, ignaro della sua successiva trasformazione in Castel dell’Ovo.
È fresca di stampa la XXVI edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana
Anche l’edizione XXVI è stata realizzata. Continua così questa pubblicazione che difende ininterrottamente storia e valori della nobiltà italiana da più di 110 anni. Fondata nel 1910 dal Collegio Araldico di Roma, elenc
a le famiglie che erano riportate nel Libro d’Oro della Consulta Araldica del Regno d’Italia e quelle comprese negli Elenchi Ufficiali Nobiliari del 1921 e del 1933.
In seguito ad un attento esame della documentazione, sono anche presenti le famiglie che abbiano ottenuto (dopo il 1946) un provvedimento di grazia di Re Umberto II, o un provvedimento di giustizia del Corpo della Nobiltà Italiana (CNI), o un atto sovrano dei Sommi Pontefici (dopo il 1870), oppure della Repubblica di S. Marino (dopo il 1861), o la cui nobiltà sia stata riconosciuta, ai fini dell’ammissione nelle categorie nobiliari dal Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM).
La XXVI edizione è organizzata in ordine alfabetico su due volumi per un totale di 1900 pagine, formato cm. 11 x 16. Vi sono illustrate circa 2.000 famiglie con un breve cenno storico, lo stato di famiglia e lo stato individuale aggiornato, nonché lo stemma in bianco e nero.
Sin qui nulla di nuovo, anzi è il consolidarsi della tradizione di un lavoro che, per completezza e oggettività, non ha eguali in Italia.
Ma la XXVI edizioni presenta delle novità sotto diversi punti: attenzione alla storia, all’estetica, agli sviluppi tecnologici.
Per una maggior rispondenza storica sono stati inseriti per ogni famiglia l’ultimo riconoscimento nobiliare ottenuto: è così facile comprendere se la famiglia fosse già negli elenchi ufficiali del Regno, se sia stata nobilitata dal re Umberto II, se sia un riconoscimento nobiliare dell’Ordine di Malta, o di San Marino, o del Vaticano.
L’estetica è premiata da più di 40 stemmi a colori a piena pagina, che illuminano i volumi e li rendono più piacevoli alla vista.
Infine gli aspetti tecnologici; nelle prima pagine si trova un QR-code: inquadrandolo col cellulare si ha la possibilità di approfondire la conoscenza delle famiglie che ci abbiano voluto inviare del materiale: storia della famiglia non contenuta nei necessari limiti della stampa cartacea, genealogie risalenti a quanto si voglia, fotografie di case, di antenati, di pergamene…senza limiti di spazio. Un modo non solo per far conoscere la propria famiglia, ma anche per raccogliere in un unico “posto” quanto della storia individuale si voglia tramandare, con uno strumento che le giovani generazioni apprezzeranno sempre di più.
Una tradizione più che centenaria che si rinnova…
Per informazioni: info@collegio-araldico.it
Bubi, don Alberto Notarbartolo di Villarosa principe di Furnari non c’è più
Bubi non c’è più. In gennaio, nella notte tra sabato 1 e domenica 2 di questo nuovo, faticoso anno, si è spento, nella clinica Fornaca di Torino, dove era stato ricoverato d’urgenza.

Gli avevo parlato una settimana prima, con l’impegno che presto, non appena fosse stato un po’ meglio, sarei andato a trovarlo. Gli avevo parlato il mattino stesso del suo ricovero, combinando con lui, faticosamente, di vederlo all’indomani. Ma le sue condizioni peggiorarono rendendo inevitabile il ricovero. Così, causa Covid non l’ho più visto.
Ho perso un amico. Un amico a cui ero molto legato, nonostante la nostra differenza d’età. Un amico che avevo da tempo al mio fianco, prima, e per diversi anni, nell’azienda metalmeccanica e poi come Presidente entusiasta e fattivo nell’avventura del Libro d’Oro, di cui era socio fondatore.
Calmo, riflessivo, era sempre in grado di frenare un po’ le mi follie, era sempre capace della visione giusta delle cose, di fare da ago della bilancia tra la saggia prudenza di Tomaso e la mia esagerata voglia di fare.
La sua grande umanità era una risorsa per tutti, sapeva calmare gli animi, dare fiducia, incoraggiare, frenare…umanità che la gente percepiva. Basti pensare con quale facilità riusciva a coinvolgere gli amici altolocati ed i più bei nomi dell’aristocrazia italiana nelle iniziative della Libro d’Oro, dal volume sulla Residenze della Nobiltà Italiana alla decisione di portare i soci – un’altra follia – a più di cento persone. Ma, soprattutto, la sua umanità era percepita dalle persone di tutti i giorni, dall’amico questurino all’uomo tuttofare che lo aiutava in alcune incombenza, dalla nostra donna delle pulizie che, quando lui veniva a casa, si faceva un dovere di salutare … e lei si scioglieva.
Ma, ogni tanto, il suo appartenere ad una delle più grandi famiglie feudali della Sicilia, il suo sangue siciliano, come lui amava ricordare, prendevano il sopravvento ed allora era lui che voleva far sentire alta la protesta a fronte di un qualche comportamento scorretto, era lui che sollecitava i nostri avvocati a denunciare illeciti, era lui che andava su tutte le furie nei confronti delle improbabili cause che venivano promosse contro la società ed i suoi amministratori.
Ci vedevamo molto spesso. Quando ancora stava bene e guidava, un paio di volte alla settimana veniva a prendere il caffè da me; si parlava della vita del Club, della Delegazione piemontese dell’Ordine di Malta al quale lui orgogliosamente apparteneva, si parlava di tutto un po’. Mi raccontava dei figli, ed allora tutto il suo amore di padre orgoglioso trapelava; mi raccontava, con il suo sottile umorismo, di incredibili ed esilaranti pranzi al Club; mi raccontava della Firenze in cui aveva vissuto per alcuni anni con la giovane sposa Ilaria e di personaggi fiorentini anche un po’ miei parenti, di Umberto Agnelli con cui giocava da piccolo. E c’erano i ricordi di Stresa, con la sua Mamma, c’era la sua grande amicizia per Carlo Villarosa, un po’ il decano della famiglia a cui era molto legato e che spesso sentiva, anche se un oceano li divideva dalla lontana San Paolo.
Quando Ilaria lo lasciava solo per i suoi viaggi in Argentina a volte veniva a colazione da noi, sia Torino sia a Villar Dora, e per lui non mancava mail il “finto pesce” a base di tonno e patate; e anche le mie figlie gli volevano bene, “il Principone”, un po’ amico e un po’ nonno, la cui presenza era stata fortemente voluta ai loro matrimoni: e lui, quantunque tendenzialmente orso, era sempre venuto.
Ne abbiamo fatte di cose insieme. Viaggi, allora per lavoro, a Nardò in Puglia, a Stresa, dove il ricordo di sua Madre, che per tanti anni vi aveva vissuto, lo riportava ad essere un po’ il Principe, anche nei confronti del Sindaco. Fugaci e amichevoli colazioni a Cherasco, ospiti di Umberto Fracassi.
Almeno una volta al mese ci si trovava in casa sua per il Consiglio di Amministrazione della Libro d’Oro: era più un ritrovarsi tra amici, gratificati dalle pizzette calde e dal bicchiere dii vino che non mancavano mai. Certo, si discuteva, si prendevano decisioni, si esaminavano proposte, si definivano linee d’azione: ma non mancava mai la gioia di stare insieme, l’armonia, l’unisono nelle decisioni.
Ma era anche un raccontarci le vicende di famiglia, i progetti dei figli e sui figli, le speranze. E quando Bubi ripercorreva con noi la sua vita in Argentina, i gauchos, l’amata casa, il “Trili”, dal grande parco che la circondava, immersa nelle terre e nelle vacche, lo si sentiva tornare agli anni passati, a quando i figli – gli adorati figli Giovanni, Monica ed Irene per i quali stravedeva – erano piccoli, alle loro gesta, al loro crescere, con lo stesso amore che, negli anni più recenti, dedicava alle nipoti, Vittoria, Barbara, Alessandra e Sofia, la nipote in Argentina.
Bubi non c’è più. A noi resta il ricordo di un grande amico, alla famiglia il conforto di sapere di essergli sempre stati vicino: la famiglia era tutto per lui. E lui era tutto per la famiglia.
Fabrizio Antonielli d’Oulx
Il funerale si celebra martedì 4 gennaio alle ore 10.00 nella chiesa della Crocetta di Torino
Convegno nazionale di studi Nomen Omen: Profili del diritto al nome
Una bottiglia di vino con uno stemma si vende meglio; una villa con un nome celebre attira di più.
Si può allora vendere una villa ed autorizzarne l’uso del proprio nome?
Anche contro la volontà dei parenti? Chi può disporre dell’uso di uno stemma antico? Esso segue l’azienda o segue la famiglia?
Bastano pochi esempi per confermare che ogni analisi economica presuppone un approfondimento giuridico; ma ci avviciniamo ad un periodo in cui un valore economico è riconosciuto a diritti personalissimi, come il nome, l’immagine, l’identità personale, proprio per dar loro valore.
Il convengo ambisce allora dipanare i nodi giuridici tra nome e insegna, nome e azienda, nome e ditta, nome e beni immobili o mobili, alla luce del nuovo quadro della disciplina d’anagrafe, del diritto di famiglia, della tutela del consumatore, della riservatezza, indagando altresì gli orientamenti delle supreme Corti nazionali ed europee nel bilanciare le opposte esigenze.
Fra tutto questo si fa strada un concetto ormai ricorrente, ma ancora da definire: l’Identità.
Venezia, Università Ca’ Foscari, Aula Magna di Ca’ Dolfin, venerdì 8 ottobre 2021, h. 15-19
Programma W.E.
Venezia, Circolo dell’Unione, venerdì 8 ottobre 2021, h. 20: pranzo.
Venezia, Biblioteca Marciana, sabato 9 ottobre 2021, h. 10: visita guidata da Marino Zorzi, già direttore della Biblioteca, discendente del 50° Doge di Venezia.
Venezia, Palazzo Ducale, sabato 9 ottobre 2021, h. 15: visita guidata da Antonio Foscari, già professore all’Istituto Universitario di Architettura, discendente del 65° Doge di Venezia.
Piazzola Sul Brenta, Villa Contarini, domenica 10 ottobre 2021, h. 11: assemblea ANRV.
Piazzola Sul Brenta, Villa Contarini, domenica 10 ottobre 2021, h. 12: visita guidata alla villa
Piazzola Sul Brenta, Villa Contarini, domenica 10 ottobre 2021, h. 13,30: colazione in villa.
Piazzola Sul Brenta, Villa Contarini, domenica 10 ottobre 2021, h. 15: Convegno su “I Contarini”.
SAVE THE DATE!
Presentazione del libro da parte dell’autore, Giorgio Enrico Cavallo
Presentazione del libro
Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobino 1799-1800
Giorgio Enrico Cavallo e Mario Scarzella
Ignazio Thaon de Revel è noto per il suo impegno politico, per essere uno dei principali – forse, il principale – esponente della Restaurazione in Piemonte. Fino a pochi mesi fa, nessuno immaginava che lui insieme al fratello Ignazio fossero stati protagonisti di un’avventura a dir poco romanzesca, una storia avvincente che ha consegnato ai posteri con un memoriale che è stato pubblicato nell’Ottocento come appendice di un volume del nipote, Genova Thaon de Revel, ma mai ripubblicato e soprattutto mai tradotto.
Si può ben dire che la Fuite de Dijon di Ignazio Thaon de Revel è un testo che è stato riscoperto, e tutto ciò grazie all’impegno di Marco Albera che ha inseguito per anni il manoscritto originale – disperso, probabilmente, dopo lo smembramento della biblioteca della villa di San Raffaele Cimena – e che lo ha donato alla famiglia Thaon nel corso della presentazione del volume “Fuite de Dijon. Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobini 1799-1800”, curato da me e da Mario Scarzella.
Non appena Albera mi ha presentato il manoscritto, ho ritenuto urgente indagare per saperne di più, ma soprattutto mi sono appassionato e ho voluto a tutti i costi che la rocambolesca fuga dalla prigionia di Ignazio e del fratello Giuseppe Alessandro ottenesse gli onori di una pubblicazione.
Il volume presenta la prima traduzione italiana del manoscritto del grande statista piemontese (manoscritto riprodotto interamente in appendice), oltre ad un saggio che analizza la vicenda storica: i giacobini avevano infatti ordinato che i nobili sabaudi venissero deportati in Francia per azzerare la resistenza e per poterli usare come ostaggi in caso di disfatta militare.
I nobili, imprigionati a Digione, furono fortunati: tornarono in patria sani e salvi, senza sperimentare la fredda lama della ghigliottina che in Francia continuava a mietere vittime. Tuttavia, alcuni di essi – come il ministro Clemente Damiano di Priocca – dovettero compiere un viaggio rocambolesco via mare e i fratelli Thaon una fortunosa fuga a piedi attraverso le Alpi.
Il loro è un racconto avvincente: ovunque c’era il rischio di incontrare spie, delatori, traditori. I passi di montagna erano la loro unica via di salvezza: abbiamo ricostruito il loro percorso e scoperto che si avventurarono, forse per primi, in luoghi che oggi solo gli esperti alpinisti conoscono. Un testo che, lungi dall’essere un episodio della microstoria, è invece un capitolo importante della storia del Piemonte e della Francia: permette di capire come la Rivoluzione pretendeva di essere totalizzante. E a chi non si adeguava, restava una sola via: quella della fuga.
FAMIGLIE NOBILI ITALIANE: Titoli, Feudi, Riconoscimenti
FAMIGLIE NOBILI ITALIANE
Titoli, Feudi, Riconoscimenti
Fonte unica: Libro d’Oro della Nobiltà Italiana Ed. 2015-2019 e preced.ti. Ed. Collegio Araldico – Roma
di Patrizio Giangreco
Il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana continua ad essere una fonte importante di notizie ed informazioni che, organizzate di volta in volta in modo diverso, riescono a dare della Nobiltà italiana una visione sia attuale, sia storica.
Ne è prova la rilevazione statistica che Fabrizio Antonielli d’Oulx ha cercato di interpretare per arrivare ad una indicazione di massima di quanti possano essere i Nobili in Italia, pubblicata sul numero di dicembre 2016 (pag. 7 e seguenti) della gloriosa Rivista del Collegio Araldico, il cui primo numero risale al 1907.
Ne è prova questo lavoro di Patrizio Giangreco che ha organizzato una tabella per evidenziare titoli, feudi, riconoscimenti delle famiglie nobili italiane, basandosi non solo sulla XXV edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, ma anche su edizioni precedenti.
È un lavoro importante, che in qualche modo richiama – si parva licet componere magnis – il lavoro di Francesco Guasco di Bisio (Dizionario feudale degli antichi Stati Sardi e della Lombardia (dall’epoca carolingica ai nostri tempi, 774-1909), Pinerolo, Tipografia già Chiantore-Mascarelli, 1911, 5 voll., pp. compl. XVI-2370, Biblioteca della Società Storica Subalpina, LIV-LVIII) fece per gli antichi Stati Sardi, reperibile anche nel sito dell’Associazione VIVANT (http://www.vivant.it/guasco/home_guasco.php)
Per fare un lavoro serio e non circoscritto solo a quanto pubblicato nel Libro d’Oro, si dovrà poi decidere che cosa fare nei confronti delle numerose famiglie che mancano all’appello (quanti da tempo non acquistano o non aggiornano la scheda della loro famiglia pubblicata sul LdO), sempre verificandone i dati, sovente incompleti e talora inesatti.
Certamente sull’argomento ci sarebbe ancora molto da fare, consultando i fondi archivistici della Consulta e del Libro d’Oro della Consulta Araldica del Regno, così da disporre di dati sia per le famiglie ‘asteriscate’ nella XXV edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, sia per quelle contenute (comunque) negli Elenchi Ufficiali definitivi (vedansi pubblicazioni 1933-34 e 1922), da integrare per i successivi provvedimenti, tanto di grazia che di giustizia, con i Bollettini della Consulta Araldica e con i bollettini del CNI per i riconoscimenti più recenti.
È comunque con piacere che questo lavoro, di grande impegno e di notevole pazienza, di Patrizio Giangreco viene reso pubblico e fruibile ai frequentatori del sito www.librodorosrl.it.
Patrizio Giangreco (Napoli, 1955). Ingegnere aeronautico; ha lavorato per oltre trent’anni nell’industria aerospaziale nazionale, prevalentemente nei settori della qualità e dell’organizzazione aziendale. Attualmente si occupa di consulenze aziendali. Parallelamente all’attività professionale ha sempre coltivato, con la passione del dilettante, gli studi storici, prevalentemente orientati a temi araldici, nobiliari, cavallereschi e militari. È autore di numerosi articoli pubblicati su riviste specializzate, in particolar modo attinenti al patriziato napoletano e al cerimoniale delle corti borbonica e pontificia. A corredo dei succitati interessi culturali, è un appassionato collezionista di onorificenze militari britanniche e di soldatini di piombo raffiguranti, in particolare, gli eserciti delle guerre napoleoniche e i corpi militari pontifici.
Pubblicazioni: Le residenze della Nobiltà Italiana
Le residenze della Nobiltà Italiana
Il libro, di recente pubblicazione, è un viaggio inedito con immagini esclusive fra le architetture, gli interni, gli arredi delle residenze nobiliari italiane che per secoli hanno contribuito, e contribuiscono, grazie al grande impegno da parte dei proprietari, a tenere viva la storia del nostro Paese e ad alimentarne la bellezza

Residenze della Nobiltà Italiana
Una rassegna corredata di schedatura sistematica e di repertorio fotografico perognuno degli edifici nobiliari presi in esame, palazzi urbani, ville e castelli, dimostra di avere un valore aggiunto rispetto alla ricca bibliografia che, sorta da una ricerca ormai pluridecennale e suffragata da convegni d’eccellenza, ha dato, a partire dagli studi di Rudolf Wittkover, come risultato finale, la realizzazione di un vero e proprio sistema delle residenze nobiliari in Italia con la pubblicazione di Atlanti regionali e con riferimento agli antichi stati della nostra penisola.
In attesa di pubblicare la XXVI edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, che uscirà nel 2020 e per il quale si inizierà ad inviare le lettere per gli aggiornamenti e le prenotazioni alla fine del 2019, la Libro d’Oro srl, che cura la parte gestionale delle Edizioni lasciandone la supervisione al Collegio Araldico, ha deciso di proporre alle famiglie nobili italiane una nuova iniziativa: la pubblicazione di un volume illustrante le case (ville, palazzi, castelli, ecc.) di loro proprietà.
Si vuole far conoscere quanto le famiglie nobili italiane ancora conservino, con la fatica ed i sacrifici che tutti conosciamo, del patrimonio storico-artistico in Italia, sia pure non sempre aperto al pubblico se non in occasioni particolari.
Quali case?
Il volume ospita le residenze delle famiglie nobili che da secoli ne siano le proprietarie.
Per intenderci, un palazzo, anche se splendido, ma divenuto un albergo o la sede di una banca, non rientrerà in questo volume. Così pure le case di famiglie non nobili, in quanto il preciso riferimento è alla XXV edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana.
Benissimo invece le case storicamente di famiglia nobile, sia pure modeste…

La travagliata successione sul trono di Sant’Edoardo
[..] Gli Stuart riconoscono come loro stipite Flaad, un cavaliere bretone di origini celtiche, disceso da una famiglia i cui capi, nel XI secolo, avevano sostenuto la carica di siniscalchi di Dol sotto i conti di Dol e Dinan. Flaad ebbe un figlio, di nome Alan, che si trasferì in Inghilterra intorno al 1100 ed ebbe due figli, William e Walter Fitzalan. Il primo diede vita ai Fitzalan, conti di Arundel, il secondo si trasferì in Scozia e fu creato, a titolo ereditario, high stewart (o steward) del reame scozzese da re Davide I. A Walter the stewart furono concesse vaste terre nel Renfrewshire e nel Lothian orientale.
Il terzo high stewart, anch’egli di nome Walter, adottò come cognome la denominazione del suo ufficio: ebbe così inizio la casata Stewart o Stuart.
Nell’anno 1315, Walter, sesto high stewart, sposò Marjory Bruce, primogenita del re degli scozzesi Roberto I; quando il fratellastro di lei, re Davide II, morì senza discendenza nel 1371, il trono degli scozzesi venne trasferito al figlio della coppia Stewart – Bruce, Roberto, che, divenuto re con il nome di Roberto II, inaugurò la dinastia dei sovrani stuardi.
Passando di padre in figlio attraverso sei generazioni, si giunge, nel 1513, all’ascesa al trono di Giacomo V, bambino di appena un anno. La prima moglie di questi, la sedicenne Maddalena di Valois, figlia di Francesco I di Francia, morì nello stesso anno del matrimonio, celebrato il 1° gennaio del 1537, senza aver potuto dare eredi al sovrano. In seconde nozze, questi sposò un’altra francese, Maria di Lorena, figlia di Claudio, duca di Guisa, e vedova del duca di Longueville Luigi di Valois-Orléans.
Nel 1540, da Maria di Lorena Guisa, Giacomo V ebbe un primo figlio legittimo, il principe di Scozia Giacomo, che morirà all’età di appena un anno; un secondo figlio della coppia reale, Roberto, duca di Albany, morì due giorni dopo la nascita. Una terza figlia, Maria, nacque il venerdì 8 dicembre 1542, ma ormai il trentenne re Giacomo V era vicino alla morte, che lo colpì il giovedì 14 immediatamente successivo: così, ad appena sei giorni di vita, la principessa Maria ascese al trono degli scozzesi.
Educata in Francia, in prime nozze Maria sposò il delfino Francesco e, insieme con lui, salì al trono francese nel 1559; rimasta vedova nel dicembre del 1560, cinque anni dopo prese un secondo marito nella persona di Henry Stuart, lord Darnley e poi duca di Albany, che apparteneva a quella linea stuarda che aveva avuto molti stretti rapporti con la Francia: da queste nozze nacque nel 1566 un figlio, Giacomo Stuart, che, nel 1567, diventerà Giacomo VI re degli scozzesi, e, nel 1603, Giacomo I re d’Inghilterra.
Gli stemmi dei vescovi di Livorno nel ventesimo e nel ventunesimo secolo
Il ventesimo secolo per la diocesi di Livorno si è aperto con la morte improvvisa del vescovo Giulio Matteoli, avvenuta il 25 luglio del 1900. Poco meno di un anno dopo, nel maggio del 1901, si insediò monsignor Sabatino Giani, il quale resse la diocesi per il lungo periodo di venti anni, fino alla morte sopraggiunta il giorno 18 febbraio del 1921.
Monsignor Giani nacque a Ponte a Cappiano, il 5 marzo del 1858, da un’umile famiglia del luogo. I suoi biografi ricordano la figura della madre come una contadina, fervente cristiana, dalla fede semplice, ma autenticamente sentita.
Il Giani fu indirizzato fin da giovane alla carriera ecclesiastica e studiò nel vicino seminario di San Miniato, retto a quel tempo dal vescovo Del Corona, mentre precedentemente aveva frequentato a Castelfranco di Sotto le lezioni di uno dei futuri vescovi di Livorno, monsignor Giulio Matteoli, e del fratello di lui, monsignor Marco Matteoli, parroco della locale collegiata, che fra i primi lo spinsero a tali studi.
In seguito si laureò a Roma in teologia dogmatica, divenne poi proposto della cattedrale di San Miniato e professore nel seminario, che egli stesso aveva frequentato; fino ad arrivare, poco più che quarantenne, alla nomina a vescovo di Livorno. Fu anche protonotario apostolico e prelato domestico di Leone XIII.
Egli venne designato nel Concistoro del 17 novembre del 1900, fu poi consacrato, il 21 dicembre di quello stesso anno, per mano del cardinale Parocchi. il giorno 23 dicembre gli fu affidata solennemente dal pontefice la città di Livorno ed infine, ricevuto l’exequatur, il 19 maggio del 1901 fece il suo ingresso nella diocesi.
Durante il suo lungo episcopato molti furono gli avvenimenti locali, nazionali ed internazionali, che ebbero riflesso sulla vita della diocesi: dall’epidemia di colera a Livorno del 1911, al terribile terremoto di Messina; dalla guerra di Libia, allo scoppio della prima guerra mondiale. La città in quei primi anni del nuovo secolo era ancora assai divisa tra cattolici e correnti laiche, massoniche ed anticlericali.
Il nuovo vescovo non ebbe dunque un’accoglienza unanime e nel 1902 fu oggetto addirittura di un attentato, compiuto tramite un ordigno rudimentale, lasciato nei pressi della porta della sacrestia del duomo, che portò alla morte di due bambini.
egli fu dunque il pastore che resse la città nel quadro di un periodo di profonda trasformazione sociale, religiosa e politica generale e proprio durante il suo episcopato, nel 1906, si celebrò il primo centenario della diocesi labronica, concomitante anche con i trecento anni dalla fondazione della città.
A questo proposito bisogna sottolineare come, fin dalla sua presentazione ai cittadini livornesi attraverso la sua prima lettera pastorale, mostrò una particolare attenzione per le peculiarità storiche e sociali, che avevano fatto nascere e crescere questa città: infatti volle rivolgere fin da subito un pensiero anche agli ebrei, che da sempre vivevano ed operavano a Livorno.
La morte lo colse improvvisamente, appena sessantatreenne, il 18 febbraio del 1921, e dopo venti anni di episcopato, come ricordano i suoi biografi, la stima, il compianto e il cordoglio del popolo livornese furono generali.
