La Sirena nell’Araldica gentilizia d’Italia

Da Atti del Convivio della Società Italiana di Studi Araldici 2022

di Angelo Scordo

Una comunicazione come la presente – in buona sostanza, stesura di una voce di dizionario araldico – non richiederebbe, di norma, altro che un breve inquadramento tecnico della figura e delle sue tipologie, per poi passare all’elencazione delle famiglie titolari delle armi in cui essa è presente, accompagnata dalle relative blasonature. Tale, peraltro, il percorso seguito in più occasioni, senza ripensamenti o rimpianti, da chi scrive.

Ma questo è un caso d’eccezione, in cui la premessa s’impone. La Sirena non si può liquidare come un preteso animale marino , oppure con l’abusato epiteto di ingannevole seduttrice, tacendo del suo ruolo ctonio per il mito e di metafora – talora sublime – per il pensiero occidentale dai suoi albori ad oggi.

La più antica testimonianza delle Sirene elleniche si riscontra nell’epica, attribuita a Omero e, per la Sirena in particolare, nell’Odissea, peraltro il primo testo letterario in cui esse appaiano e il secondo caratterizzato da un incipit con invocazione alla Musa. Sarà più tardi, principalmente con la Teogonia di Esiodo e con i commenti degli scolii alessandrini, che apprenderemo della stretta parentela tra le Sirene e le Muse. La successione di mitografi non fa chiarezza – tuttaltro – sulla genealogia delle Sirene, ma la maggioranza si schiera a favore della tradizione che le vuole figlie di Acheloo, il massimo fiume dell’antica Grecia, a sua volta figlio del titano Oceano e di Teti (dunque, fratellastro di Achille) e di una delle Muse, Tersicore, patrona della danza, se non addirittura di Calliope, che presiedeva alla poesia epica e all’eloquenza. Dunque, nelle vene delle Sirene scorreva in abbondanza sangue di divinità acquatiche ed erano all’origine, fanciulle e nient’altro, poi donne-eccello e, infine, donne-pesce. Graziose compagne di giochi di Persefone, non seppero però sottrarla al ratto di Ade, perpetrato presso il lago di Pergusa. Incorsero allora nella disperata ira della madre di Persefone, la grande Demetra, per cui finirono con l’essere tramutate in uccelli , dal viso e dalla voce di vergini. Le Sirene, non godendo della pienezza della divinità, erano mortali e fu Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, a tramandarci che – non sopportando l’onta di essere state sconfitte da Orfeo in una gara musicale la cui posta era la vita degli eroi imbarcati sulla nave Argo – si dettero morte, precipitandosi tra i flutti e annegandovi. Il loro numero variava da due a cinquanta, ma si affermò la triade, con varî nomi, tra i quali Ligea, Leucosia e Partenope. I corpi di queste tre Sirene, dopo il loro suicidio, trasportati dalle correnti, finirono sulle coste tirreniche dell’Italia meridionale: Ligea, alla foce del Savuto, presso l’antica e mai ritrovata città di Terina, tra Lamezia Terme e Nocera Terinese; Leucosia, a Poseidonia, il nome greco di Paestum; Partenope, infine, nell’ansa in cui sfociava il fiume Sebeto, all’isolotto roccioso di Megaride, ignaro della sua successiva trasformazione in Castel dell’Ovo.

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