La Libro d’Oro ha editato, per conto di VIVANT, il volume “…alla corte imperiale giapponese”

“…alla corte imperiale giapponese”

Resoconto del viaggio della regia pirofregata Giuseppe Garibaldi, 1872-1874

a cura di Giovanni Riccardi Candiani

Oltre all’importante valore storico, è anche una testimonianza di vita della seconda metà dell’800. Riportiamo alcuni passaggi…

Appena alzati prendiamo il nostro bagno in grandi tinozze di legno in un locale a parte, quindi facciamo un giro in giardino, ove scopriamo sempre qualche cosa di nuovo. Tra le altre vedo una enorme vasca di bronzo di cinque o sei metri di diametro. È coperta di ornati, scritture e disegni ed è un trofeo che i Giapponesi presero nella guerra di Corea due secoli fa

Mi pareva di cominciare allora a dormire (eran le nove del mattino) quando son chiamato in fretta, era il Principe Dati uno degli ex gran daimios, che veniva a far visita al Principe. Si riceve, è vestito di tela di Russia-fustagno, che qualche imbroglione gli ha venduto come stoffa elegante in Europa, per tenuta del mattino. Prima tazza di the che religiosamente bisogna bere. A questo daimios è successo lo scorso anno un brutto scherzo. Era ministro degli Esteri (i giapponesi hanno imparato da noi a cambiare il ministero ad ogni luna nuova) e andò in China a fare un trattato di commercio. Ma gli astuti figli del celeste impero lo misero nel sacco e gli fecero firmare molti articoli svantaggiosissimi al suo paese. Al suo ritorno in Jeddo fu da tutti accusato, perdette il posto e per dippiù fu dall’opinione pubblica additato come meritevole dell’hara-kiri. (Saprai che è l’operazione d’aprirsi il ventre, operazione piuttosto incomoda a farsi, credo, anche da un giapponese). L’infelice che ha molti figli ed è buon padre di famiglia, piuttosto che sacrificare l’onore di questa, vestì l’abito bianco che ogni gentleman deve avere per la funzione ed aspettò quindi giorni che il Mikado gli mandasse l’ordine d’aprirsi il ventre. Furono quindi giorni di agonia ma infine l’ordine non venne. Il Mikado era amico intimo di Dati, e la mancanza di questi involontaria. Ora questo signore vive ritirato e non ha alcuna ingerenza nel governo.

Il teatro è in legno, come in legno sono tutti gli antichi fabbricati giapponesi. La sala è molto grande con un solo ordine di palchi, è di forma quasi quadrata ed il palco scenico riesce molto spazioso e anche bene ordinato. È provvisto al centro di una piastra girevole come quelle della ferrovia, sulla quale s’innalzano mobilia ed alberi secondo l’occasione, in modo che imprimendogli un quarto od una mezza rotazione si può cambiare in un momento l’aspetto del palco scenico. La musica è situata lateralmente e non differisce punto da quella già sentita. L’illuminazione meschina e puzzolente. Il pubblico numeroso, animato, ma educato e rispettoso. Le decorazioni del teatro sono o nulle o meschinissime e pel momento i nostri teatri non hanno da temere di essere sorpassati. Quale sia stata la rappresentazione è cosa difficilissima a dire. Lo stesso interprete che m’ero fatto sedere vicino a me non comprendeva tutto. Mi sarebbe impossibile trovarci un nome. Vi fu commedia, tragedia, canti, salti tutti insieme. Il soggetto è sempre mitologico. Gli attori son vestiti con abiti fantastici e grotteschi, le donne sono proscritte dal teatro. Il modo di illuminare gli attori è curiosissimo. Piccoli ragazzi tengono una candela ficcata in cima di una lunga asta e seguitano l’attore accostandogli la candela sotto il viso e non sempre senza pericolo. L’effetto generale che provasi è quello che si può avere da una riunione di quaranta gatti arrabbiati, una dozzina di bottai e altrettanti calderai in esercizio del loro mestiere. Tutto ciò non è atto a dare una idea favorevole sull’arte drammatica giapponese, ma è la verità

…siamo andati gran casa da the di Atago-Yama. È posta sopra una collina che domina tutta la città e dalla quale si gode di una vista stupenda. Di là vediamo il Tokaido, la strada imperiale che attraversa tutto il Giappone, che ora il Governo fa fabbricare all’europea da ambo le parti, per tutta la lunghezza che attraversa Jeddo. Vediamo la collina dov’era la residenza del Taicoun, o meglio la sua fortezza a quattro ordini di mura e tutte ciclopiche. Vediamo infine, e questo non lontano, ma accanto a noi, le più belle muamè (ragazze) di Jeddo che a gara vengono a servirci il the e l’acqua gelata.

Conduciamo invece il Principe a vedere uno stabilimento di bagni. È una cosa molto curiosa e che merita d’essere vista quantunque contrasti un poco con i costumi europei. Il bagno consiste in una vasta sala ove vi è un piede d’acqua. Ciascuno poi ha due secchie d’acqua calda e fredda per proprio uso. Gl’inservienti dello stabilimento girano a riempir le secchie. I bagnanti son frammischiati fra loro senza distinzione di età e di sesso, e di già fanno le meraviglie come ciò possa parerci a noi strano

Finita la rivista si va all’antico palazzo del Taicou, ed ove aveva residenza il Mikado, prima che bruciassero i suoi appartamenti. Questa residenza è una vera fortezza, ha dieci chilometri di circonferenza. È circondata da un largo fosso, ove crescono a meraviglia nell’acqua stagnante il Loto, pianta sacra. Vi sono quindi quattro cinte di mura e tutte ciclopiche, formate da pietre squadrate e pietre enormi. Ogni ordine si eleva sopra il successivo perché il palazzo e in collina. L’ultimo ordine si innalza da un fosso immenso e direi perfino smisurato come ordine di fortificazione.
L’insieme di questa residenza lungi dal riuscir spiacevole come può sembrare a prima vista, è quanto abbia visto di più pittoresco al Giappone. La fortificazione è abilmente mascherata da una rigogliosa vegetazione, ed il più incantevole giardino è rinchiuso in quelle titaniche mura. Gli spalti sono ricoperti di fiori, di cespugli da giardino, l’interno è un magnifico parco dagli alberi secolari. Nel mezzo vi sono prati verdissimi, viali, stradicciuole in mille sensi, pare di essere in campagna e non in una fortezza. Nella fossa più centrale vi è sempre gran quantità di caccia, nella stagione invernale. Abbiamo traversato questo canale sopra un magnifico ponte di ferro sospeso.
Nell’interno vi è un’infinità di quei punti di vista nello stabilire i quali i Chinesi han tanta abilità. Si trovano grotte, piccole cascate, laghetti, infine quanto può idearsi in un giardino e tutto questo è sull’alto e domina la città. La sua costruzione data da molti secoli, poche persone erano finora penetrate in questo recinto.

Nell’ambito delle molteplici iniziative della lodevolissima Associazione culturale Amici di Bene, sabato 27 ottobre, in occasione del 330° anniversario del consegnamento dello stemma della Città di Bene, molti soci VIVANT sono stati invitati a disquisire su questioni storico-araldiche.

Il libro può essere acquistato anche online, all’indirizzo

Quanti sono i Nobili in Italia?

Quanti sono i Nobili in Italia?

Riflessioni sulla Consulta Araldica del Regno e il Libro d’Oro nella sua XXV edizione

Il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana rappresenta, dalla sua prima edizione del 1910, in Italia un repertorio sostanzialmente unico nel suo genere.

Prima di procedere nella presentazione dei dati statistici che abbiamo ricavato dalla XXV edzione del Libro d’Oro, pensiamoo che sia opportuno premettere una disanima sulla situazione storica dei vari registri riguardanti la nobiltà.

 

Breve storia della Consulta Araldica e del Libro d’oro

di Roberto Sandri Giachino

Dichiarata l’Unità d’Italia (anche se sarà completata con la presa di Roma del 1870), sorse la necessità di istituire un organo consultivo che si occupasse della materia nobiliare, data la pluralità di ordinamenti nobiliari, le specificità e diversità fra essi. Facendo riferimento all’art 79 dello Statuto del Regno (detto Statuto Albertino, promulgato il 4.3.1848 ed esteso, dopo l’Unità, a tutti i territori del Regno d’Italia), con R.D. del 10 ottobre 1869 n. 5318 fu istituita la Consulta Araldica “ per dar parere al Governo in materia di titoli gentilizi, stemmi ed altre pubbliche onoreficenze…”, e tenere un registro dei titoli gentilizi.

Con il R.D.  8 maggio 1870 furono stabilite le basi del diritto nobiliare del Regno d’Italia con molte disposizioni, tra le quali l’elenco dei titoli suscettibili di concessione o riconoscimento; i provvedimenti di competenza sovrana (concessione, conferma, autorizzazione, rinnovazione, riconoscimento); le modalità del riconoscimento per giustizia su domanda dell’interessato; la facoltà (della Consulta Araldica) di iscrivere d’ufficio i  discendenti di famiglie notoriamente nobili e di quelle già iscritte negli antichi Libri d’Oro delle repubbliche di Venezia e Genova. Libro d’Oro è infatti un termine generico, diffuso in tutta Italia, che definisce un registro nel quale erano annotate le famiglie nobili; infatti esistevano elenchi dei nobili di numerose città e stati dell’Italia preunitaria chiamati: Libro d’Oro, Libro della Patrizia Nobiltà, Libro della Nobiltà, Libro della Cittadinanza Nobile o del Patriziato. Si consideri, per esempio, che a Venezia esisteva il Libro d’Oro dal 1506; a Genova dal 1528 (liber nobilitatis detto Libro d’Oro); a Roma il Libro d’Oro Capitolino dal 1746; a Modena nel 1815 fu riaperto il Libro d’Oro, già esistente dal 1788; a Lucca il Libro d’Oro fu istituito nel 1628…

I RR.DD. del 11.12.1887 e del 5.1.1888 modificarono l’ordinamento della Consulta araldica e disposero (art. 11) la compilazione di registri nei quali dovevano essere trascritte le nuove concessioni, i riconoscimenti ed i vecchi minutari esistenti presso la Consulta Araldica stessa.

Con R.D. 15 giugno 1889 furono istituite le commissioni araldiche regionali (rese permanenti nel 1891) con il compito di formare gli elenchi regionali delle famiglie nobili ed esaminare preliminarmente le pratiche nobiliari della regione storica di competenza.

Nel 1889 fu istituito un registro dei titoli gentilizi delle famiglie che avevano ottenuto decreti di concessione o riconoscimento di titoli nobiliari nel Regno d’Italia dopo l’Unità e furono progressivamente compilati 14 elenchi regionali nei quali furono iscritte le famiglie già registrate negli elenchi ufficiali degli stati pre-unitari.

Un nuovo ordinamento della Consulta Araldica fu approvato con R.D. 2.7.1896 n. 313 cui seguì il regolamento d’esecuzione (R.D. 5 luglio 1896 n. 314) che prevedeva, all’art. 68, l’istituzione del Libro d’oro della nobiltà italiana, registro manoscritto nel quale dovevano essere iscritte le famiglie che avevano ottenuto la concessione, rinnovazione o riconoscimento di titoli di nobiltà; agli artt. 77-82 era prevista la costituzione dell’Ufficio araldico presso il Ministero dell’Interno, con funzione di segreteria della Consulta

Erano iscritti nel Libro d’oro tutti coloro che ottennero un titolo di nobiltà con provvedimento sovrano di grazia e coloro che ebbero un riconoscimento dei propri diritti nobiliari con un provvedimento governativo di giustizia; tutte le famiglie iscritte nel Libro d’oro erano comprese anche negli elenchi regionali e, per distinguerle,  il cognome era preceduto da un asterisco.

Oltre al registro manoscritto detto Libro d’oro della Nobiltà Italiana era previsto che fossero tenuti dall’Ufficio Araldico sotto la direzione del Commissario del Re i seguenti altri volumi manoscritti: “Libro Araldico dei titolati esteri”, “Libro araldico della cittadinanza” (per le famiglie di distinta civiltà titolari di uno stemma), “Libro araldico degli Enti Morali”, ”Elenco Ufficiale Nobiliare”.

Si consideri che il Consiglio di Stato con decisione dell’11 dicembre 1925 stabilì che il provvedimento di iscrizione al Libro d’oro non aveva in sé valore di una dichiarazione giuridica sulla esistenza e pertinenza del diritto alle distinzioni nobiliari di cui era domandata l’iscrizione, ma era un atto amministrativo, che seguiva alle dichiarazioni delle autorità competenti.

Da sottolineare, infine, la finalità anche fiscale dell’iscrizione al Libro d’oro perché il R.D. 22.9.1932 n. 1464 obbligava al pagamento delle tasse previste per il titolo e per ogni annotazione di nascita, matrimonio e morte.

A proposito del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana edito dal Collegio Araldico-Roma, Carmelo Arnone nel suo volume Diritto nobiliare Italiano storia ed ordinamento scriveva:  

[…] Il Libro d’oro è una compilazione inedita, fatta dalla pubblica amministrazione nella quale si iscrivono le famiglie italiane che ottengono la concessione, la rinnovazione, l’autorizzazione o il riconoscimento di titoli e attributi nobiliari […].

ed aggiungeva in nota:

I così detti Libri d’oro che sono in vendita sono compilazioni di privati, che non hanno valore legale. Pregevole è però per la copia e la esattezza delle notizie il Libro d’Oro della Nobiltà Italiana pubblicato periodicamente fin dal 1910 per cura del Collegio Araldico Romano”.

Gian Carlo Jocteau scriveva nel 1997:

[all’inizio del Novecento] prese corpo un’iniziativa destinata a sopravvivere sino ai giorni nostri: si trattava del Libro d’oro della nobiltà italiana, che con una nuova ambizione di respiro nazionale comparve per la prima volta nel 1910 (fino ad oggi ne sono comparse 20 edizioni ed è in preparazione la ventunesima), raccogliendo con sistematicità e con obiettivi di progressiva completezza cenni storici e genealogici delle famiglie nobili italiane e notizie sui loro membri viventi […]

Giovanna Arcangeli, all’epoca, responsabile del servizio araldico dell’Archivio Centrale dello Stato, descriveva con precisione il Libro d’oro istituito con il Regio Decreto 314/1896:

Nell’aprire i grandi volumi del Libro d’oro della nobiltà italiana si è attratti dalla solennità delle dimensioni (45×60 cm formato detto in folio), dalle robuste parti metalliche poste a sostegno e protezione dei punti potenzialmente più deboli della pregevole rilegatura di marocchino; si è colti dal seducente splendore dello stemma stampigliato sul piatto superiore della legatura. Aprendo poi il volume ci si perde nel labirinto armonioso e complesso dei nominativi delle singole famiglie-vergati in inchiostro dorato [] La serie archivistica si compone nella sua completezza di trenta volumi, ciascuno mediamente contiene 199 bifogli. Tutta la serie ha la medesima altezza e tipo di legatura, esternamente ciascun volume è contraddistinto da cifre romane incise in oro [] La numerazione ricorre in tutte le pagine doppie con l’indicazione del numero del volume. Rigore e gravità cancelleresche sono affidate al calligrafo che con estrema ed accurata perizia annotò a grandi lettere, ricorrendo a una singolare sintesi paleografica, il nome della famiglia e i luoghi di origine e residenza […]”.

Per avere un esempio del contenuto di questa serie archivistica manoscritta, si può confrontare il libro Alle radici dell’identità nazionale Prosopografie storiche italiane Libro d’oro della nobiltà italiana (I-II) pubblicato nel 2009 dove sono stampati in fac-simile i primi due volumi.

 

Pubblicazioni del Regno

Come detto sopra, le commissioni araldiche regionali compilarono i primi  Elenchi Ufficiali nobiliari del Regno d’Italia e pubblicarono, sia su istanza delle famiglie, sia d’ufficio basandosi sui documenti degli archivi di stato, in forma provvisoria poi in forma definitiva, quattordici Elenchi Regionali, tra il 1895 ed il 1912, approvati, ciascuno, con Decreto Reale (si noti che alcuni furono ripubblicati in edizione anastatica dalla casa editrice Forni nel 1988 e da 3T di Gianni Trois e figli di Cagliari nel 1972).

In seguito gli elenchi regionali aggiornati furono fusi in un unico volume e fu pubblicato (Torino: Bocca, 1922) l’Elenco ufficiale nobiliare italiano approvato con R.D. 3.7.1921 n.972 e ripubblicato in ristampa anastatica dall’editore Arnaldo Forni a Bologna nel 1970 e nel 1997.

Nel 1933 il Poligrafico dello Stato editò l’Elenco ufficiale della nobiltà italiana approvato con R.D. 7.9.1933 n. 1990. In questa volume le famiglie iscritte nel Libro d’oro della Consulta Araldica erano contrassegnate con un asterisco; le altre famiglie presenti (senza asterisco), in forza dell’art. 2 dell’ultimo decreto citato, dovevano chiedere l’iscrizione nel Libro d’oro nel termine di tre anni (poi prorogato di altri due), presentando la documentazione e pagando le tasse previste.

In seguito fu approvato con R.D. 1.2.1937 e pubblicato l’ Elenco ufficiale della nobiltà italiana. Supplemento per gli anni 1934-1936 (Roma, 1937); anche in questo volume solo le famiglie iscritte al Libro d’oro erano contrassegnate da un asterisco mentre le altre famiglie nobili erano senza asterisco. Il 7.6.1943 fu emanato un nuovo ordinamento dello stato nobiliare italiano ed un nuovo regolamento della Consulta Araldica che prevedevano l’obbligo per tutte le famiglie nobili di iscriversi nel Libro d’oro.

In seguito per le vicende della guerra ed istituzionali non furono pubblicati altri aggiornamenti e dopo il 25 luglio 1943 la Consulta araldica cessò di funzionare; scriveva Aldo Pezzana:

[…] Elenchi ufficiali non ne vennero più pubblicati sicché la possibilità di effettuare l’iscrizione [nel Libro d’oro] venne meno: la distinzione delle famiglie con o senza asterisco permane peraltro nelle pubblicazioni private in materia nobiliare[…]”.

 

Dopo la Costituzione Italiana

La Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio 1948, nella XIV disposizione transitoria e finale dispose “I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922, valgono come parte del nome. La legge regola la soppressione della Consulta Araldica”, chiudendo di conseguenza il Libro d’oro previsto dai precedenti Regi Decreti.

Aldo Pezzana, presidente onorario del Consiglio di Stato, a questo proposito puntualizzava:

[] in pratica dopo il 25 luglio [1943] la Consulta Araldica smise di funzionare. Continuò invece a funzionare l’Ufficio araldico. Esso provvide all’istruttoria delle domande di riconoscimento ed alla predisposizione dei pochissimi provvedimenti di giustizia [] e dei più numerosi provvedimenti di grazia emanati da Umberto II, prima come Luogotenente generale del Regno dopo il 4 giugno 1944 e poi come Re fra il 9 maggio e  il 13 giugno 1946 [] Ora, dopo sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, l’ordinamento del 1943 è caduto sotto la scure del D.L. 25.6.2008 n. 112 (il c.d. decreto “taglia leggi”) convertito nella legge 18 febbraio 2009 n. 9, ed esplicitamente abrogato.

Per terminare, si ricorda che il Sovrano Militare Ordine Gerosolimitano detto di Malta, pubblicò, nel 1960, presso la Tipografia Poliglotta Vaticana, l’Elenco storico della Nobiltà Italiana Compilato in conformità dei Decreti e delle Lettere Patenti originali e sugli Atti Ufficiali di Archivio della Consulta Araldica dello Stato Italiano con lo scopo di riunire in un unico volume: le famiglie comprese negli Elenchi Ufficiali della Consulta Araldica; quelle che ebbero provvedimenti in materia nobiliare dopo l’ultima pubblicazione del 1934-36 fino al 1 gennaio 1948 (comprendendo anche i decreti e le sentenze emesse dopo il cessato funzionamento della Consulta Araldica); le famiglie insignite di titoli pontifici e quelle con titoli concessi dalla Repubblica di San Marino fino al 1959. Questa pubblicazione comprendeva anche le famiglie iscritte solo genericamente nell’Elenco ufficiale nobiliare italiano del 1921 (distinte da una piccola losanga), conteneva lo stato personale (aggiornato quando fu possibile), contrassegnava le famiglie registrate nel Libro d’oro con l’asterisco e con la riproduzione degli stemmi a colori.

 

La XXV edizione del Libro d’Oro. Spunti statistici

di Fabrizio Antonielli d’Oulx

Dopo questa disanima della situazione storica, vediamo ora quali informazioni si possano ricavare della XXV edizione del Libro d’Oro, stampato nello scorso giugno e già fatto pervenire a tutti i sottoscrittori.

La prima domanda che ci si pone, a fronte dei due tomi, è: quante famiglie vi siano menzionate. A questo proposito è opportuno fare subito una distinzione tra le famiglie riportate per intero (ossia con lo sviluppo degli stati personali contenenti le indicazioni di quando le persone siano nate, matrimoni, ecc.) e quelle di cui si trovano solo i cognomi quasi sempre con rimandi ad edizioni precedenti.

Per intenderci, vediamo un esempio (si scusi la pessima riproduzione, ma non ce la sentivamo di squinternare un libro…): dei Codebò si dice solo Patr. di Modena, e non si riporta nessun rinvio, come è invece per i Codeca’ per i quali si rinvia al volume XX, pag.444, dove della famiglia si riportano gli stati personali. Si sa dunque che i Codebò sono patrizi di Modena perché così risulta dagli elenchi ufficiali del Regno d’Italia, ma nelle diverse edizioni del Libro d’Oro la famiglia Codebò non è mai stata riportata con gli stati personali.

Ancora: i Coffari sono presenti con i loro stati personali nel volume XXV a pag. 459, mentre i Coglitore, nobili dei baroni di Sant’Agostino, non sono mai stati presi in considerazione, con i loro stati personali, dal nostro Libro d’Oro.

Crediamo così di aver chiarito che cosa si intenda per famiglie “riportate per intero” e famiglie con i “rimandi”. Orbene, nella XXV edizione sono riportate per intero, con gli stati personali, 1.997 famiglie; solamente con il rimando sono per contro 3.859. Dunque in totale le famiglie nominate sono 5856, numero che ipotizziamo non si discosti molti dal numero di famiglie nobili in Italia.

Salta agli occhi, dal seguente grafico, come in realtà le famiglie riportate per intero nel Libro d’Oro siano circa la metà di quelle con il rimando.

È opportuno però sottolineare che il Collegio Araldico, editore o almeno curatore del Libro d’Oro dal suo nascere, ha censito con gli stati personali, nel tempo, più o meno 5.000 famiglie, offrendo quindi agli studiosi un fondamentale supporto per approfonditi studi genealogici.

Le analisi che seguono fanno riferimento solo alle 1997 famiglie riportate con gli stati personali, essendo il lavoro di analisi sulle famiglie solo con il richiamo carente di dati e comunque superiore alle forze umane!

Nel Libro d’Oro dunque solo un terzo circa delle famiglie nominate trova un opportuno sviluppo con le informazioni circa i singoli componenti; numero che deve essere aumentato, sperando di riuscire a farlo nelle prossime edizioni.

Riteniamo comunque che un campione di 2000 famiglie sia significativo e che ci permetta di esporre qui di seguito diverse considerazioni.

È ancora necessario precisare il criterio con il quale le famiglie vengono riportate con lo sviluppo dello stato personale o semplicemente con un rimando. Non si tratta, per le ultime edizioni del Libro d’Oro e quindi anche per la XXV qui presa in esame, di una discriminante “compri o non compri” nel senso che l’acquisto dei volumi determini un diverso trattamento. Semplicemente le famiglie vengono citate con il rimando quando da due edizioni del Libro d’Oro (quindi da 8 – 10 anni) non si siano più fatte sentire, anche solo con una mail per dire che non ci sono aggiornamenti da apportare. Il lungo silenzio fa infatti supporre, se non l’estinzione della famiglia, certamente un disinteresse.

Le prime tre edizioni del Libro d’Oro: 1910, 1912-14,1914-16

Chiariti questi aspetti, vediamo ora, nella semplice tabella seguente, come siano distribuiti i titoli nobiliari delle 1997 famiglie con gli stati personaliVorremmo ancora ribattere a quelle persone che, con un sorrisetto, notano “…ai miei tempi tutti nobili italianai stavano in un piccolo libretto…”. È vero, ma allora non si riportava la storia delle famiglie (cercheremo di porre un rimedio per le prossime edizioni alle storie troppo lunghe e a volte esagerate e poco credibili) e non si risaliva con le genealogie all’’800 (abbiamo più volte combattuto anche contro questa tendenza, ma non è assolutamente cosa facile!).

nobili

475 24%
patrizi 119 6%%
baroni 208 10%
conti 664 33%
marchesi 351 18%
duchi   72 4%
principi 108

5%

Dunque il titolo più diffuso è quello di Conte (664 = 33%), seguito dalla somma dei Nobili e Patrizi (594 = 30%); poi ci sono i Marchesi (351 = 18%), i Baroni (208 = 208%), i Principi (108 = 5%) ed in ultimo i Duchi (72 = 4%).

Certamente sarebbe interessante suddividere i vari titoli nobiliari in funzione della loro provenienza territoriale, verificando così se sia corretta l’impressione che al nord abbondino i conti ed al sud i baroni ed i principi… ma questo è un lavoro che lasciamo volentieri ad altri.

Come è noto, le famiglie presenti nel Libro d’Oro hanno tre segni che ne contraddistinguono l’origine della nobiltà:

  • ° con un cerchietto sono contraddistinte le famiglie che hanno avuto un provvedimento di grazia di S.M il Re Umberto II, non trascritto presso la Consulta Araldica, od un atto sovrano dei Sommi Pontefici (successivo al 1870) o della Repubblica di S. Marino (successivo al 1861), per i quali non sia intervenuta prima del 1946 l’autorizzazione all’uso in Italia, od un provvedimento di giustizia del Corpo della Nobiltà Italiana, o la cui nobiltà sia stata riconosciuta dal Sovrano Militare Ordine di Malta per la ricezione con prove nelle categorie di cavalieri che richiedono prove nobiliari;
  • * con un asterisco le famiglie che avendo ottenuto dal Regno d’Italia, fra il 1861 ed il 1946, un provvedimento di giustizia o di grazia, erano registrate nel “Libro d’Oro” della Consulta Araldica del Regno, ora depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato
  • senza alcun contrassegno, le famiglie le quali, pur non avendo avuto a loro favore alcun atto formale fra il 1861 ed il 1946, erano inserite negli Elenchi Ufficiali Nobiliari del 1921 e dei 1933 e nel supplemento 1934-36

Analizziamo quindi come le 1997 famiglie si distribuiscano in funzione dei segni che ne contraddistinguono l’origine della nobiltà si ottiene il seguente grafico:Numericamente 1378 sono le famiglie con l’asterisco (69%), 355 quelle senza contrassegno (18%) e 264 quelle con il cerchietto (13%).Approfondendo questo argomento, le famiglie senza contrassegno sono così suddivise:Mentre le famiglie con cerchiettoLe famiglie con asterisco si distribuiscono come segue.

Questo tipo di distribuzione (senza contrassegno, cerchietto, asterisco) può portare a delle considerazioni sulle singole categoria di nobiltà.Vediamo i 474 Nobili. Le famiglie senza nessun contrassegno sono 103 (22%), quelli con il cerchietto 123 (26%) e quelli con asterisco 249 (52%).I 119 Patrizi sono 42 senza nulla (35%), 8 con il cerchietto (7%) e 69 con l’asterisco (58%).I 208 Baroni sono 25 senza nulla (12%), 37 con il cerchietto (18%) e 146 con l’asterisco (70%).I 664 Conti sono 111 senza nulla (17%), 68 con il cerchietto (10%) e 485 con l’asterisco (73%).I 351 Marchesi sono 42 senza nulla (12%), 19 con il cerchietto (5%) e 290 con l’asterisco (83%).I 72 Duchi sono 15 senza nulla (21%), 6 con il cerchietto (8%) e 290 con l’asterisco (51%).Infine i 108 Principi sono 17 senza nulla (16%), 3 con il cerchietto (3%) e 88 con l’asterisco (81%).

Dobbiamo ancora spendere due parole sulla “PARTE SECONDA” del Libro d’Oro, che spesso ha suscitato discussioni varie. In questa sede non esprimiamo pareri, limitandoci ad esporre la situazione numerica. Nelle avvertenze, a cui lo stesso Libro d’Oro rimanda, si legge “Nella parte seconda sono registrate alcune delle famiglie la cui situazione di nobiltà venne nel passato accertata dal Collegio Araldico o dal S.M.O. Costantiniano di San Giorgio per la ricezione con prove nelle categorie di cavalieri che richiedono prove nobiliari.“ Sono pubblicate 47 famiglie con gli stati personali, rappresentando quindi, sulle 1997 della prima parte, il 2,35 %.

Una cifra quindi molto contenuta, ma che dovrà portare a delle riflessioni per la XXVI edizione.Ragioniamo ora sulle 3859 famiglie citate solo con il richiamo nella XXV edizione del Libro d’Oro; si tratta di stime e non di conteggi precisi che comporterebbero una pazienza ed un impegno veramente superiori alle nostre forze!

Possiamo considerare che il 70% delle famiglie richiamate siano state sviluppate con gli stati personali nelle precedenti edizioni del Libro d’Oro, dal 1910, essendo quindi circa 2700 famiglie.Un 8% possiamo considerare essere le famiglie che non sono mai state analizzate nei loro stati personali nelle precedenti edizioni; sono citate nei richiami perché presenti negli elenchi ufficiali del Regno d’Italia: sarebbero quindi circa 300.Infine abbiamo considerato che, sulla base dei numeri forniti dall’Associazioni regionali del Corpo della Nobiltà Italiana del Veneto e della Sicilia, il 22% pari a 850 famiglie si siano estinte.

Ancora un’ipotesi. Se noi sommiamo le quasi 2000 famiglie di cui viene, nella XXV edizione, riportato lo stato personale alle 3850 famiglie delle precedenti edizioni e aggiungiamo ancora le 300 famiglie di cui il Libro d’Oro non si è mai interessato, arriviamo ad avere un’ipotesi di 6200 famiglie ancora esistenti in Italia. Quale moltiplicatore ipotizzare per poter indicare il numero di persone nobili?

In base al censimento ISTAT del 2011 della popolazione italiana la media di componenti per nucleo familiare era di 3 persone; è probabilmente un dato che a noi non serve, perché nel Libro d’Oro non sono riportati in modo autonomo i singoli nuclei familiari, ma, per così dire, tutto un ceppo composto di diverse famiglie. Ad esempio mio fratello ed io siamo tutti riportati come Antonielli, e così i miei 3 cugini (lontani) e la loro madre. Tutti queste 6 famiglie (per l’ISTAT) Antonielli sono considerate, nel Libro d0’Oro, come una sola famiglia. Si deve allora cominciare a moltiplicare i 6200 nuclei familiari almeno per 6 (in base all’esempio Antonielli, ma ci sono ceppi ben più articolati…) arrivando così a contare circa 37.200 famiglie. Si può ora applicare a queste 37.200 famiglie ipotizzate il coefficiente 3 persone dell’ISTAT? Probabilmente ancora no, perché possiamo presumere che il ceto preso in esame dal Libro d’Oro sia più tradizionalista e maggiormente portato a nuclei familiari più consistenti (meno separazioni, divorzi, persone che vivono da sole…) per cui, sempre basandomi sugli Antonielli, penso che si possa tranquillamente adottare un coefficiente di 4 persone per famiglia. Alla fine, forse, possiamo dire che i nobili in Italia sono 37.200 x 4 = 148.800…è solo un’ipotesi, dove ciascuno può cambiare i moltiplicatori a piacere! Sono troppi, sono pochi? Proviamo a vedere un rilievo fatto nel XVIII secolo

Stato Numero di nobili % di nobili sul tot. della popolazione
Polonia 800.000 15%
Spagna 722.000 7 – 8 %
Russia 5 – 600.000 2 – 3 %
Francia 300.000 1 %
Svezia 15.000 0,5 %
MEDIA  nel XVIII 5,3 %

Qual è la percentuale attuale dei nobili italiani sulla popolazione stimata di 60 milioni di abitanti? 148.800 nobili su 60 milioni = circa lo 0,2 %. Una percentuale, a nostro parere, assolutamente credibile!

Con quest’ultimo ragionamento chiudiamo questa prima analisi, sotto un profilo statistico, della XXV edizione del Libro d’Oro della Nobiltà Italiana, ben sapendo che la ricchezza di dati in essa contenuti permetterebbe di approfondire ulteriormente la conoscenza della nobiltà italiana.

 

Note e fonti

Cfr. FRANCESCO ALESSANDRO MAGNI, “Libro d’oro della nobiltà italiana: non sussistono il diritto di privativa dello Stato italiano sulla titolazione né il rischio di confusione con la omonima pubblicazione privata”, in, Rivista del Collegio Araldico, anno CXIII, giugno 2016, pp. 90-108. L’Autore tratta della sentenza favorevole al Libro d’Oro edito dal Collegio Araldico nel giugno 2016 con un preciso commento e scrive ampiamente  della legislazione nobiliare post-unitaria del Regno d’Italia.

Utilizzo Libro d’Oro con le maiuscole per i volumi degli Stati o città preunitari e per le pubblicazioni del Collegio Araldico; Libro d’oro con la minuscola per il registro manoscritto istituita dal Regno d’Italia conformemente ai decreti.

Cfr. Codice nobiliare araldico, a cura di Giustiniano Degli Azzi, Giovanni Cecchini, Firenze: Alfani e Venturi, 1928, pp. 90,126-128,159; CARLO MISTRUZZI DI  FRISINGA, Trattato di diritto nobiliare, vol. 2, Milano: Giuffré, 1961, pp. 437-439. Per un esempio dei Libri d’Oro preunitari, vedi: ILDEBRANDO COCCIA URBANI, “I Libri d’Oro di Toscana-Genealogie dei Libri d’Oro di Toscana”, in, Rivista del Collegio Araldico, anno LXVII, Roma: Collegio Araldico, 1969, pp. 309-315.

F. A. MAGNI, “Libro d’oro della nobiltà italiana”, cit., p. 101, n.10: furono mantenuti anche i Registri dei Decreti Reali, Ministeriali ed introdotto un terzo registro per gli atti sovrani riguardanti materie araldico-nobiliari.

CARMELO ARNONE, Diritto nobiliare Italiano storia ed ordinamento, Milano: Hoepli, 1935, p. 333.

C. ARNONE, Diritto nobiliare Italiano, cit., p. 329.

GIAN CARLO JOCTEAU, Nobili e nobiltà nell’Italia unita, Roma-Bari: Laterza, 1997, p.152.

GIOVANNA ARCANGELI, “Tracce per una storia delle carte della Consulta Araldica”, in, Alle radici dell’identità nazionale Prosopografie storiche italiane Libro d’oro della nobiltà italiana (I-II), sotto la direzione di Errico Cuozzo e Guglielmo de’Giovanni-Centelles, Roma: Società Italiana di Scienze Ausiliarie della Storia, 2009, pp. 37-38.

Cfr. Alle radici dell’identità nazionale, cit., i primi due volumi manoscritti del Libro d’oro, conservati all’Archivio  Centrale dello  Stato, sono pubblicati in fac-simile dalla p. 291 alla fine del volume, per un totale di 398 bifogli.

Fornì ristampò l’elenco definitivo della Lombardia; 3T della Sardegna.

ALDO PEZZANA, “Storia della Consulta Araldica”, in, Alle radici dell’identità nazionale, cit., p.30.

ALDO PEZZANA, “Storia della Consulta Araldica”, in, Alle radici dell’identità nazionale, cit. pp. 34-35. Furono anche registrate alcune sentenze dell’autorità giudiziaria che riconobbero tra il 1946 ed il 1947 la spettanza di titoli e predicati nobiliari. Cfr. Anche A. PEZZANA, “La sentenza della Corte Costituzionale sui titoli nobiliari”, in Rivista del Collegio Araldico, anno LXV, 1967, Roma, pp. 205-229.

E’ il famoso Libro d’Oro per cui prima tale Ettore Gallelli e poi l’Avvocatura dello Sato hanno richiesto l’applicazione del decreto di urgenza ex art. 700 c.c.

La nobiltà polacca è nettamente diversa dalle altre nobiltà europee del XVIII secolo. Il principio di aequitas che veniva difeso ed affermato portava ad un numero elevatissimo di “nobili”, che tali erano anche se molti di loro conducevano una vita assolutamente uguale a quella dei contadini più miseri. Avevano però tre prerogative che non erano concesse ai non nobili: potevano portare i capelli corti, le donne potevano avere vere e proprie scarpe e non semplici calzature di lacci di cuoio intrecciati ed infine, qualora condannati alla pena della frusta, avevano diritto ad essere stesi, per subire la condanna, su un tappetto e non sulla nuda terra…